Che
lei, Toni Cade Bambara, sia stata un’attivista nord africana e una
documentarista, non lo si evince dalle note biografiche, ma da come ci si sente, mentre si leggono i
suoi racconti: immersi nella vita a
ritmo di blues e jazz. Senti le voci femminili lottare, anzi ti sembra di
vederle e di poterle toccare. Senti la
voce rauca di una donna sfacciata con cui vorresti farci subito anche tu quattro
chiacchiere leggere, come la mano su un
tamburello o su un bongo (Il mio caro Bovanne), senti gli strilli di Ollie:
fatemi gli auguri sennò faccio un macello
( Tanti Auguri), le urla di una mamma: va
bene che frequenti i maschi… . ma farci pure a botte. E ti sei andata a
scegliere il più matto di tutti (Testa di legno). Ma la voce che non dimentichi, quella che senti echeggiare dentro come fosse la tua, è la voce della bambina che guardando dentro una cartella
ingiallita scopre di provenire da una famiglia disadattata e di vivere in un quartiere di disadattati, e si
innamora della nuova scoperta fino a quando il padre non si è tolto la
cinghia per farle vedere quanto fosse
disadattato. In ogni racconto ciascuno è il più matto
di tutti. E non è difficile schierarsi e
combattere e pensare come loro, ci si sente subito l’avvocato difensore di quel
corteo che lotta contro gli stereotipi di genere, capeggiato da quella vocina che sembra urlare
al megafono: dovrebbe essere contenta mamma che non deve farmi un abito di organza bianco con
un fioccone. E se si va al cinema per vedere un film di gorilla, nessuno
dovrebbe accontentarsi e non farsi risarcire per aver visto un film su Gesù: “E così inizia il film e pare subito una
musica di chiesa, ma non parla di Gorilla. Parla di Gesù. Lì vorrei ammazzare
qualcuno, mica perché ho qualcosa contro Gesù. Solo che se decidi di vedere un
film di gorilla non vuoi che ti rompono le palle col catechismo”. Tutti matti, dicevamo. Matti e disadattati. Dolcemente disadattati.
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