Ci si allena alla vita guardando dentro l’oblò della
lavatrice che stritola il tuo primo peluche. Il corpo perde consistenza, il
pelo si arruffa, gli occhietti e il sorriso resistono invece nella loro
plasticità anche a testa in giù. L’attesa non vale una centrifuga. Il cuore smette
di battere per un po’ perché teme di aver perso tutto. Adesso profuma ma non lo
puoi abbracciare. Tornerà morbido, tornerà a farti compagnia, tornerete a fare
le gare per decretare chi resiste di più con gli occhi aperti e sarà dolce
perdere sempre. Ti sembrerà che tutto sia tornato come prima, ma non dimenticherai
mai di averlo visto impotente dentro un oblò. E te ne ricorderai tutte le volte
che qualcuno ti deluderà e gli resterai accanto forte e fiera come se la
centrifuga non fosse mai avvenuta.
Cerca nel blog
domenica 24 marzo 2019
sabato 30 giugno 2018
Buon compleanno - non ho mica vent'anni ne ho molti di meno.
Lo
scorso anno vi ho invaso con il mio effimero entusiasmo per l'arrivo dei 40, quest’anno vi
risparmio la finta euforia dei 41 e mi preparo a navigare in altri mari ed
approdare in nuovi porti. Come dite?! I porti sono chiusi?! Fanculo.
Ho la
nausea. E non lo dico da un attico, lo dico dai 35 metri quadri del mio monolocale in affitto immerso nel quartiere multietnico della capitale.
Fanculo sul
serio perché questa dilagante deriva razzista mi fa schifo.
Il compleanno resta il giorno della resa dei
conti, è il giorno in cui ci si diverte a dialogare con il proprio ego smisurato, una specie di capodanno personale, soggettivo e individualista, dove l’ io diventa l’unità di misura del
resto.
Niente
sconti. È stato tutto in salita. Ho conosciuto dei nuovi esserini meravigliosi
che si chiamano studenti, pieni di domande, di noie da combattere, guerrieri di
carta, spigolosi, morbidi, fragili. Da amare.
Mi sono lasciata adottare da una
nuova famiglia fatta di colleghe straordinarie e ogni giorno mi chiedevo se
amavo di più la biondina, la biondona, la mora, la riccia, la rossa (e sì,
manco la rossa mi sono fatta mancare) o quella col capello corto che ormai è
nel mio cuore da anni.
La stanchezza non è mancata. Rabbia, tanta. Odio, un
po’.
Ho riabbracciato sotto la pioggia Antonio, Lorenzo e poi Santa. Ed è stato
bello.
Ho fatto una cena almodoroviana o forse due e adesso aspetto la terza.
Ho preso la tessera elettorale che non toccavo da anni e ho fatto 1200 km per
andare a votare un partito che ahimè non ha superato lo sbarramento del 4 per
cento e sono fiera di averlo fatto.
A due mesi dal voto ci siamo svegliati con
un governo leghista, fascista, omofobo e razzista e con un lusso a cinque
stelle che non posso permettermi.
Qualche amica è diventata mamma, qualche amico
papà, io no, non ce l’ho fatta.
Ho visto nascere uno spot sociale di 60 secondi
dalle mani dei miei studenti ed è stata una magia condivisa con chi ha reso
possibile tutto ciò.
Mia mamma ha
compiuto 60 anni, mio nipote ha imparato a scrivere, legge le "Favole al
telefono" di Rodari e si domanda quando potrà iniziare a prendere decisioni da
solo.
Ho ripreso ad occupare le piazze e parlare di politica. Ho litigato.
Ho
festeggiato il compleanno di Michele, di Paola, di Leo, di Carlo, di Marta, di
Già.
Ho sfoderato la chitarra senza suonarla insieme ad una compagna di battaglie
invincibile con cui ho imparato il giro di do.
Ho chi mi tranquillizza su Messenger
quando il Re è in campo.
Ho incontrato un personal trainer che sento che mi
cambierà la vita.
Ho scoperto che in palestra non ci sono solo muscoli ma
paleontologi, biologi, economisti, ballerini e ragazze stupende.
“Burro di
arachidi” è la mia nuova parola d’ordine,
quella che sostituirebbe Fidelio in un remake di "Eyes Wide Shuts", o per
i meno audaci, le versione vegana dell’Ultimo tango a Parigi, per i
nutrizionisti la marcia in più per chi è sottopeso.
Quante cose si pensano nei giorni di festa. Troppe. Anche se in fondo il giorno del mio compleanno altro non è, che la vigilia di Wimbledon.
Prima o poi farò una festa per stare tutti insieme, per riabbracciare chi non vedo da anni, per conoscere qualcuno dei miei contatti virtuali, e spegnere le candeline insieme a tutte quelle amiche e amici che sopportano i miei alti e bassi e le mie teorie bizzarre.
A presto e scusate se non vi ho portato a ballare, non ho mica vent'anni ne ho molti di meno.
venerdì 1 giugno 2018
108 metri

108 metri. Leggerlo è come camminare sui binari morti di una classe
operaia precaria ormai depauperata della coscienza necessaria, senza
destinazione scritta sul biglietto, di
passaggio, senza paradiso. Già “Amianto”
mi aveva inchiodato nella toscana operaia tra Livorno e Piombino, avevo pianto
per Renato, leggendo sentivo il rumore sordo delle pacche sulla spalla del
padre operaio al figlio studente e la storia mi attraversava costringendo me
lettrice, ad abbassare lo sguardo e sotto non vi trovavo più le scarpe comprate
oggi, ma quelle compratemi da mio padre, con il sacrificio, lo sforzo semplice sopra
l’incoscienza imbarazzata di me studentessa. E Piombino mi pareva il sud in cui
sono nata e sentivo l’odore dell’eternit proveniente da sotto il mio balcone.
Un libro in cui il nesso tra i modi di produzione e le forme di coscienza si facevano schegge che
avvelenano le piastrine. Il curriculum di Renato era fatto di timbri, tessere
sindacali, appunti, cortisone e morfina mentre Nada cantava Ma che freddo fa.
Il curriculum di Alberto, il figlio, è fatto di liceo, università, redazioni,
traduzioni cessi e pizzerie britanniche e di sogni torbidi disinfettati dalla
vodka. Alberto con le spalle da operaio e le mani da scrittore, ci conduce dove
non vorremmo mai trovarci: nel disagio. Nel disagio di un impianto borghese su
una carcassa operaia, nel disagio di chi in testa s’è messo Lo Straniero di
Camus e La nausea di Sartre ma ai piedi ha gli scarponi infortunistici che gli
ha regalato il padre. Alberto è di parola: “Babbo, ‘un ti preoccupà, a fa’ il cane da lecco d’un
signore, te ‘un mi vedrai mai”! E pure l’Università tradisce le aspettative del
giovane e promettente studente, piena com’è di sociologi che parlano di un mondo
nuovo fatto di opportunità fluide. Un ‘brodo’ avrebbe detto suo padre: “gente
liquida, guai a fidarsi”. E Alberto non si fida, e anche la sua ironia “puzza
di stalla e di vino d’un tempo, è greve e rumorosa, mica sta roba fruttata,
succosa, agile al palato, che va tanto di moda adesso”. Centootto metri di parole intrise di
neorealismo e istinto di classe, fucking hell di primo mattino e pizze che non
devono tornare indietro.
martedì 29 maggio 2018
Celestino
Fu Agosto. Fu Agosto cocente e maledetto. La
Sicilia era piena di sole e di vita e mal sopportò la mia astenia, le mie
mani inquiete, i miei passi veloci, la mia malinconia che non trovava nome, e così mi rispedì nella parte continentale di me. In quarantacinque minuti di
volo mi ritrovai con una vacanza finita prima di iniziare e con l’unica
certezza di vivere in quella che
quando è vuota è veramente la città più bella del mondo. L’umore restò
cupo nonostante lo splendore dei fori imperiali alle 6 del mattino e nonostante
quel giro in motorino alle tre di notte fino al roseto. Poi la trappola del vuoto afoso, del non senso.
Forse è in momenti come questi
che taluni scrivono cose incomprensibili come
“nonpiangeresalamedaicapelliverderameèsoloungiocoenonèunfuoco”.
Il cinismo aleggiava tra i superstiti urbani e così
mia sorella mi chiese: «Non è che ti trasferiresti da
me per occuparti di Celestino cosicché io possa patire per qualche giorno di
mare?».
Ma ti pare. Io che adesso non so occuparmi di me
dovrei occuparmi di Celeste? Impossibile. «Certo che posso».
Ecco le chiavi! Qui c’è il cibo! Bada bene: questi
sono i croccantini che non devono mai mancare, questi sono i croccantini per i
gatti dei vicini che ti vengono a trovare, i gourment sono per il pranzo, questi
daglieli se lo vedi un po’ triste, questi sono i “premietti” se ha fatto
qualcosa di buono, questi qui, questi con la scritta bianca, daglieli di sera,
ma solo se non gli hai dato i “premietti”, altrimenti puoi dargli questi che ti
ho appoggiato sopra la credenza. Hai capito?
Certo che ho capito.
La casa è piena di post-it. Tutti per me! Nessuno
aveva mai scritto così tanto per me.
Celeste e io.
Io e Celeste.
Agosto. Roma. Cortile. Ultime raccomandazioni: «Celeste
sembra piccolo ma è già cresciuto e da qualche giorno sale pure sui tetti!». Celeste,
certe volte, fa tardi la sera.
Sui tetti? Porcomondo ho paura! «senti ti ho detto
che LUI sale sui tetti, non devi salirci tu, sta’ tranquilla». Se non fosse per
certe risposte di mia sorella starei ancora a ciucciarmi il calzino.
Celeste e io.
Ci guardiamo.
Lui sembra uno di mondo e mi fa sentire la piccola
fiammiferaia ma poi si fa buono e si avvicina. I patti sembrano chiari. Lo
fisso: sia
chiaro, tu andrai a farti le passeggiate ma non dovrà mai passare più di un’ora
senza che io abbia tue notizie, tu non devi perderti perché io non so dove
cercarti e poi se ti perdi mia sorella mia ammazza. Hai capito? Mi ammazza; fine, non potrò più trascinarmi e logorarmi al meglio perché sarò morta. Ammazzata.
Il pensiero non lo turba, ma sta ai patti, perché lui è un gatto e i gatti sanno sempre come trattare.
È lui che detta i ritmi di sonno e veglia, ma un mattino lo frego e mi alzo prima del suo risveglio e gli porto la colazione a letto. Apprezza, sembra tenero come un bambino di un anno ma varcata lo soglia di casa si fa adulto, burbero e scocciato. Si volta sempre prima di andar via e quando rincasa mi guarda come si guardano gli essere incompiuti, mi fissa e pensa: «questa è scema, questa me l’hanno mandata per aprirmi e chiudermi la porta di casa perché non si fidano ancora di lasciarmi le chiavi e per ricordarmi che gli esseri umani sono dei rompicoglioni pieni di paura e senza pelo e senza nemmeno una coda».
Il pensiero non lo turba, ma sta ai patti, perché lui è un gatto e i gatti sanno sempre come trattare.
È lui che detta i ritmi di sonno e veglia, ma un mattino lo frego e mi alzo prima del suo risveglio e gli porto la colazione a letto. Apprezza, sembra tenero come un bambino di un anno ma varcata lo soglia di casa si fa adulto, burbero e scocciato. Si volta sempre prima di andar via e quando rincasa mi guarda come si guardano gli essere incompiuti, mi fissa e pensa: «questa è scema, questa me l’hanno mandata per aprirmi e chiudermi la porta di casa perché non si fidano ancora di lasciarmi le chiavi e per ricordarmi che gli esseri umani sono dei rompicoglioni pieni di paura e senza pelo e senza nemmeno una coda».
I giorni scorrono veloci, non si è mai soli da soli con un gatto in
casa. Fa pure le fusa. È amore, amore che dura tra i 57 e i 120 secondi.
La mia
missione da cat sitter volge al termine e sto già in fase sindrome di
abbandono. Ho radunato le mie cose vicino la porta d’ingresso ed ho in testa il pensiero se salutare o no
Celeste. Non sopporto i finali. E poi lui che ne sa che è finita?
il cancello è socchiuso, Celeste rincasa e appoggia vicino ai miei
piedi una lucertola. Sui miei piedi. Mi guarda fiero e indifferente.
AAA cercasi
fierezza e indifferenza per reggere lo sguardo di un gatto, astenersi lucertole
e perditempo.
venerdì 27 aprile 2018
Le farfalle
Quando
Lei, la mia amica, mi ha detto di avere le farfalle allo stomaco, mi sono
subito messa in posizione da Cioè anni ottanta, pronta all’ascolto e a
sciorinare strategie riciclate di conquista, seduzione, abbandono a tempo, e
reconquista. Mi aspettavo il solito nome che finisce per –o. Come Antonio,
Federico, Alberto, Umberto, Francesco, Alessandro. O che ne so, Vittorio. Ma si
sa, nei nostri racconti, i nomi sono l’ultima cosa a comparire, prese come
siamo, dai fatti, dai pensieri dalle parole, dalle missioni.
Lei non ci dorme
la notte. Lei adesso ha capito che stavolta è tutta un’altra cosa. Lei adesso
dice che forse io non posso capirla. Lei adesso pensa che neanche tra noi sarà
più la stessa cosa. Lei adesso racconta di essere dispiaciuta di non averci
provato prima. Lei adesso mi dice che per la prima volta lei non ama un lui ma
una lei e la sua Lei ha i capelli fino al culo come i mei. Io adesso la odio.
Io adesso non sopporto questa che ha i capelli lunghi come i miei. Io non sarei
mai stata gelosa di un lui con le farfalle allo stomaco. Ma di una lei con i capelli come i miei, sì. Del resto come si potrebbe essere gelosi di un
uomo che in media, le uniche farfalle che sente allo stomaco, sono forse le
farfalle Barilla che gli prepara la mamma. Io adesso sono gelosa di questa lei
che non so neanche come si chiama (e non voglio saperlo), che ha fatto perdere
il sonno alla mia amica. Anzi della mia amica, adesso, non m’ importa più nulla,
voglio subito conoscere lei, visto che me ne ha parlato così bene.
venerdì 13 aprile 2018
il mondo diviso per categorie: i nutrizionisti
I nutrizionisti sono come il colesterolo: c’è
quello buono e c’è quello cattivo.
Il 90% dei nutrizionisti che rappresenta il
colesterolo buono è formato dalle mamme o da figure femminile materne. Le mamme nutrono, ci preparano da mangiare e
quando i figli si allontano la prima cosa che chiedono (per le anaffettive va
bene anche l’unica) è: “hai mangiato? Cosa hai mangiato?”. Non importa se il
figlio si è appena allontanato da casa o se vive a km di distanza ormai da 15
anni, la domanda di rito resta sempre la stessa. Il restante 10% è costituto
dai bravi nutrizionisti di professione, che sanno ascoltarti, leggere i segnali
del tuo corpo, e spesso riescono a guarire fastidi e mal funzionamenti che per
anni avevamo cercato di riparare inseguendo inutili teorie o assumendo le
medicine sbagliate.
L’entità dei nutrizionisti che rappresentano invece
il colesterolo cattivo è di più ardua attribuzione, a causa dell’eterogeneità degli
elementi di provenienza e per la diversità della categoria di appartenenze.
Difficile parlare di percentuali, in special modo per me, che con i numeri non vado
molto d’accordo. I peggiori sono i nutrizionisti improvvisati che si spacciano
per professionisti del settore. Inutile ribadirne la pericolosità. Seguono, i
dispensatori di consigli, che per il solo fatto di esser riusciti a perdere
qualche chilo in qualche giorno, si avvalgono della possibilità di sentenziare
sulle cose che fa bene mangiare e quelle da evitare. Poi ci sono i
nutrizionisti avvoltoi, che sono quelli che mangiano dal tuo piatto, mentre tu
guardi la tv. Infine, ci sono i nutrizionisti dell’anima, che si prodigano in
pareri mai chiesti, in gesti affettuosi non graditi, che vorrebbero nutrirti con le loro parole
anche quando tu vorresti un po’ di silenzio per leggere un libro in pace.
Questi ultimi provocano nausea. Io li detesto.
Iscriviti a:
Post (Atom)




